sabato 26 novembre 2011

Desiderio

Forse le nostre risate sulla sera incipiente mentre gli sportelli si chiudono e lei ci guarda dalla finestra partire nel viale, altro non può essere che un'istantanea un po' seppiata della memoria. O un grugno allo stomaco che ti coglie quando la luce gialla della lampada sui libri nei primi istanti di chiarore riflette sulla retina il ricordo di una felicità che non hai mai realmente provato.

Ma forse, come la cartolina di una città mai vista fa provare nostalgia per un'epoca mai vissuta, anche i momenti di felicità ricordata altro non sono che nostalgia per una posa mai effettuata e un'istantanea scattata da altri.

E poi, in realtà, ti accorgi che forse non ha mai riso nessuno e che nessuna macchina è mai partita su un viale nel crepuscolo. E magari anche l'odore di fritto e il vociare dei marciapiedi e dei caffè son solo gli strati di varia memoria sedimentata che pennellate di desiderio spolverano e ammucchiano insieme.

sabato 29 ottobre 2011

Giro di boa

Non si decrittava ancora, nel cervello mio, quanto il rosso agli occhi, dal cielo, fosse uno spiraglio d'infanzia ancora non chiuso nell'impronta del pensiero. Spirava forte tra i palazzi e mi bombardava l'autobus che schiantò di gioia momentanea in mezzo ai figuri suburbani grigi nella gonna o neri nel volto di una donna quasi madre che rideva nel vecchietto un po' barbuto scorbutico su un giovincello in tuta bianca che di musica era scoppiato in un pianto al telefono di una donna abbandonata. Esplose nella curva e poi sparì sopra i taxi bianchi di telefoni attaccati agli orecchi che urlavano con gesti delle mani sul barbone dalla gialla barba che il suo letto sta per preparare e enormi automobili gli camminano sopra il marciapiedi in un negozio con vetrine in allestimento di sogni a poco prezzo. E poi scompare ancora. È l'ultima fermata.

domenica 11 settembre 2011

Mondanità

Ci richiudeva lo sportello il sole dopo essersi privato della gioia di fare il pieno di celebrazioni vorticanti tra salti temporali di retorica sensoriale coltivata tra miti in saldo per vetrine di stock con accessori moda per te e i tuoi amici ormai persi sotto l'ombrellone a spalmare cruciverba di motori sprint sul tappeto fucsia di una discoteca dove ancora non si era ballato.

Mi chiedevo, stracotto, con quante gocce il mare avrebbe bagnato giornalacci pieni di rabdomantiche attrazioni di pensiero intrecciantesi ad ellittiche coltivazioni di prosa futurista.

Ma l'autostrada stava già correndo dentro cene di ostriche senza perle e bagni di champagne che non portano fortuna a lampioni spenti ormai cascanti di ruggine e di incuria.

Attraversavamo tutti insieme vuoti d'aria di viaggi mentali intercontinentali sopra splendide isole di progresso autoroteanti con lato B riempito di piacere catodico e grattacieli di negozi frizzanti.

La spia della benzina ci illuminava come un lumino cimiteriale i bancomat smagnetizzati con chip fluorescente col conto in rosso.

Ci flashavano le digitali con memoria espansa fino al desiderio di vipperia fantasmagorica e vie chic caleidoscopiche di luci e stordimenti venerei annegati nel ghiaccio in mezzo a cui cannucce succhiavano la vita da fuoristrada in mezzo a fuoriserie che sfilavano cerchioni luccicanti addosso a prostitute con le tette all'aria che invitavano a penetrazioni raccapriccianti ormai verso il posteggio in divieto con vigili manganellanti negri e la multa sporca di sangue che non avrebbe disturbato i miei sonni.

lunedì 1 novembre 2010

Johann Sebastian Bach, Concerti per violino, archi e basso continuo BWV 1041, 42, 43

da Vulcano Statale

Genio timido e riservato, asservito totalmente al bene della sua famiglia, del suo lavoro e della sua arte, Johann Sebastian Bach costituisce la summa spirituale di quel protestantesimo meditativo che cerca Dio dappertutto e si sforza di comprenderlo.

Una personalità lontana dal chiacchiericcio mondano e intensamente laboriosa e irrobustita da una fede vigorosa ma consapevolmente vissuta. Conservatore nel senso letterale del termine: colui che conserva, che salva i valori del passato. Assimilatore squisito, molto più che rivoluzionario innovatore, incarna, portandoli ad espressione perfetta e definitiva, tutti i caratteri della sua epoca e del barocco musicale.

Difficile trovare un’opera che riesca a racchiuderle tutte ed esemplificarle. Si potrebbe, però, cominciare dall’ascolto dei tre concerti per violino archi e basso continuo BWV 1041, 42, 43.

Unici esemplari rimasti di una fittissima produzione - certamente abbastanza da poterci ragionare tutta la vita – ci rivelano un Bach già alla più sublime altezza del suo genio strumentale. Lontano dai fatui virtuosismi tipici di numerosi concerti dell'epoca, egli dà vita a una multiforme dialogicità fra strumento solista e orchestra, componendo, per vie completamente diverse, una scrittura assai difficile che richiede dall'esecutore notevole impegno.

Canovaccio delle composizioni: il Vivaldi del concerto in tre tempi. È incredibile come il genio tedesco abbia saputo assorbire lo stile vivaldiano per ripassarlo attraverso i fittissimi meandri della sua sterminata fantasia e farlo proprio quasi come se seguisse soltanto i moti del suo spirito. Si avverte proprio l’eco di un animo capace di fare allignare in sé tutte le più profonde meditazioni esistenziali sull’uomo, su Dio, sull’universo. La duplice dialettica finito-infinito, uomo-Dio sembra cavalcare le note del concerto per due violini BWV 1043 in una meditazione straniante e, a tratti, struggente: un continuo rispecchiarsi di sequenze musicali dei due violini, un sublime scambio, porgersi di bellezza da una parte all’altra. Un’inesauribile energia ritmica che riceve impulso dalle taglienti raffigurazioni tematiche di chiara matrice vivaldiana e che si protrae con un moto continuo senza pause né distensioni in un sorprendente esplodere di vitalità.

mercoledì 5 maggio 2010

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo

pubblicato su Vulcano Statale

I filtri di lettura didascalici e moralistici sono, forse, i più invadenti strati di polvere che possano mai depositarsi sui libri. Delitto e castigo ne è pieno: un po' come i quaderni delle scuole elementari abbandonati in soffitta. L'idea di inoltrarsi nella sua lettura può dare la sensazione di un terribile esercizio di vecchiume pedantesco tale da indurre, nel medio e comune lettore, all'immediata remissione del proposito senza che poi ci si lasci invadere più di tanto da crucci intellettuali.

Ma le precomprensioni, si sa, sono all'ordine del giorno in letteratura. E sono tanto più frequenti quanto più chi fraintende ha letto di meno le opere in questione. E, infatti, inoltrarsi nella lettura di questo grande classico, apre un vasto ed inaspettato mondo.

Un giovane brillante ricco di intelligenza ed energie, Raskolnikov, abbandonati gli studi vive, nella Pietroburgo ottocentesca, in uno stato di estrema indigenza. Abita “una stanzuccia proprio sotto il tetto di un alto casamento a cinque piani” che somiglia a un armadio più che a un’abitazione. Intriso di velleità superomistiche, decide di uccidere una disgustosa e avida strozzina e di derubarla. Un delitto, dunque, dai moventi, non soltanto materiali, ma moralistici e, soprattutto, filosofici. Diversi mesi di gestazione – il cuore in panne – il giovane entra nell'abitazione della vecchia e la uccide (insieme alla mite sorella, sopraggiunta improvvisamente sulla scena del delitto) col dorso di una scure.

Ma superomismo e volontà di potenza naufragano nei rimorsi e nelle paure dell'animo tormentato di Raskolnikov, manifestandosi nei delirî e nelle febbri del giovane che, ormai isolato, troverà pace solo grazie alla dolce e remissiva Sonia Marmeladova, una giovane e malata prostituta figlia di un funzionario debole e ubriacone, che muore schiacciato dalle ruote di una carrozza.

La consapevolezza della propria irriducibile umanità e l’inanità dell'uomo e delle sue azioni sono resi ancor più tragici dall’ambientazione desolata, l’estrema povertà in cui vivono molti dei personaggi e dalla vita colma di angosce che conducono.

Innumerevoli sono i tipi umani che abitano le parole di Dostoevskij, sintomo di un’enorme conoscenza dell'uomo, espressivi della polifonia di un romanzo che naviga tra le pieghe dell'animo umano urtando le più minute piccolezze e sviscerando le miserie più terribili. Un’opera che riesce ad assorbire le idee del suo tempo – Naturalismo, Messianismo, Umanitarismo e Nichilismo– senza mai lasciarsi ungere o intridere.

Una di quelle letture, insomma, che possono anche tracciare delle svolte nella vita.

Danilo Aprigliano

giovedì 18 marzo 2010

Saccenti e abbandonati

pubblicato su Vulcano Statale

È normale: tutti, o quasi, preferiamo chi ci strizza l'occhio a chi ci rimprovera. Il populismo, si sa, paga fin dall'epoca delle democrazie (o simil tali) più antiche e oggi, grazie a vari e prodigiosi strumenti, può far persino diventare dei santi. Certamente la grigia e aureolare saccenteria di certi professoroni non può neanche sognarsi di competere. Lo hanno capito benissimo i politici di sinistra. Tanto è vero che il loro stereotipo più diffuso è quello dello snob spocchioso che sale in cattedra ad insegnare a tutti la morale e il buon governo. Gli elettori non capiscono; ed eleggono altri.

E pensare che fu proprio la sinistra a nascere populista. Nel senso di vicina al popolo, certo, ma anche, e soprattutto, al suo stomaco. Spaventava proprio la sua capacità di muovere masse rozze e ignoranti.

Oggi le cose stanno esattamente agli antipodi; ma la sinistra continua a dirsi di popolo. E infatti, proprio per questo, si arrocca nel suo castelluccio di pedante presunzione i cui muri ormai si sgretolano come pane andato a male.

Ma se, a questo punto, per qualcuno potrebbe essere fin troppo facile sottolineare la pericolosità della dittatura della maggioranza (citando magari De Tocqueville e Stuart Mill), ancora più facile sarebbe, o potrebbe essere almeno, chiedersi, riflettendo sui più basilari meccanismi della democrazia: si può veramente pretendere dagli elettori (non dai sudditi) che votino per delle autoreferenziali élites intellettuali e provino reverenza per degli atteggiamenti così professorali?

Quando la presunzione si atteggia, e sembra vera e propria boria, allora si ha l'impressione che diventi una patologia. E, purtroppo, di natura epidemica.

martedì 9 febbraio 2010

“Se prenderemo il negus gliene farem di belle”

pubblicato su Vulcano – mensile dell’Università degli studi di Milano

L’Italia si avvicina all’America: gli avvenimenti di Rosarno ricordano, senza bisogno nessuno di sforzi immaginativi, quel gustosissimo gioco dell’Alabama di qualche decennio fa: la caccia al negro. E non è certamente difficile raffigurarsi gli italiani del futuro piuttosto prossimo avventurarsi in simili ludibri. Diretti, magari, e coordinati da qualche colto ed elegante conduttore di Canale cinque.
Forse non saranno così raffinati da organizzarsi in associazioni modello Ku Klux Klan, ma certamente abbastanza ironici da raggrupparsi in ronde colorate e girare per le città e i paesi armati di fucile o rivoltella e deliziare tutti con rocambolesche e succosissime sparatorie; condite, come in un mitico spaghetti-western, da virtuosismi armaioli. E magari, calcando le orme di un Clint Eastwood Leoniano, riusciranno pure a far fuori decine di negri alla volta e, se si dovesse intromettere, anche il maresciallo dei carabinieri intervenuto per fermarli; mascherato, per l’occasione, da sceriffo comunista.
Ovviamente la guida morale della nazione non potrà che essere il sommo esempio di saggezza, rigore, senso della giustizia quale è l’ormai nazional-popolare Bruno Vespa, il quale, da magnificentissimi studi Rai, condurrà, come un bravo pastore le sue pecore, le pie e buone anime degli italiani sulla via del bene: sempre protetti dalle sante figure di riferimento del nuovo pantheon morale: Craxi, Borghezio, Mangano, Formigoni.

venerdì 22 gennaio 2010

Nostalgie


Quella di paragonare l’epopea berlusconiana al fascismo è ormai un’usanza quasi comune, soprattutto tra i giornali di sinistra (o comunque tra quelli non asserviti) e i cosiddetti “giustizialisti”. Ma, riflettevo di recente con un amico in un caffè virtuale, si può infamare Mussolini in questo modo?
Il recente show del primo ministro dal fido Vespa, con il pretesto dei prefabbricati realizzati dalla provincia di Trento, potrebbe forse ricordare i cinegiornali Luce celebrativi della bonifica di Latina e Littoria; ma Mussolini la bonifica la portò a termine sul serio, e quindi aveva anche ragione di gloriarsene. Il Duce, inoltre, (come ha anche sottolineato in varie occasioni la nipote) non ha mai fatto diventare ministro la sua amata Claretta Petacci.
Qualche malizioso, a questo punto, potrebbe anche pensare che sto facendo un giochino sporco, e pericoloso, tentando di riabilitare Mussolini in confronto a Berlusconi: niente paura. Non sono cose che si fanno davanti a un caffè, figuriamoci davanti a un caffè virtuale.
Però, mentre agitavo il cucchiaino con il mouse, mi è venuto da pensare: se fossi di destra, pure io sarei un nostalgico. E chi non lo sarebbe, vedendo questo Paese passare dalla scuola di Giovanni Gentile a quella di Mariastella Gelmini?

lunedì 13 luglio 2009

Francesca

    RACCONTO

Quando Francesca, tra lo scrosciare delle ciabatte, affacciò col suo vestitino da casa a fiori colorati, il sole alto del primo pomeriggio gettava sul cemento scrostato e le erbacce della piazzuola un'arsura terribile. Il cane continuava ad abbaiare tentando di vincere la forza della catena che ripetutamente lo trascinava indietro.

"Ah, ma la finisci di abbaiare? Che tieni?"

L'animale si sedette e, con la lingua fuori, iniziò a guaire guardandola. Ma durò poco la calma: manco un minuto dopo ricominciò a fare tale e quale a prima. Cosa avesse poi da abbaiare tanto contro Attilio, seduto di fronte a lui con alle spalle l'intera vallata, non era proprio dato capire.

"Eh, Francè; sto cane non ti sta a sentire per niente - gridò l'uomo mentre col coltello cercava di incidere una strana forma su un pezzo di legno - lo dovevi imparare bene, con le botte" concluse mentre, con l'arnese che aveva in mano, mimava alcuni gesti atti a rendere più efficaci le parole.

"No, che dici Attì; solo oggi fa così e non capisco perché".

"Eh, sai com'è: anche lui ha le sue voglie... Stare alla catena non gli piace per niente. Vuole andare a trovarsi una canicella".

Capì subito la ragazza; volto lo sguardo intorno per scorgere qualche eventuale cristiano che a quell'ora e con quel caldo avesse tanto da fare da rinunciare persino alla dormitella pomeridiana, fece cenno ad Attilio di salire in casa.

Da quando era morto il padre e la madre si era ammalata, Francesca aveva iniziato a ricevere uomini. Doveva pure, in qualche modo, provvedere alla casa, alla madre ormai demente e, la si perdoni, anche a sé stessa. Riusciva, con questo, a guadagnare il giusto per vivere e, qualche volta, dei regali extra: un prosciutto o delle mozzarelle appena fatte, qualche litro d'olio, dei peperoni o una cassetta di pomodori . La mattina, poi, la si vedeva spesso - coi capelli arrotolati sulla nuca e i vestitini stretti al punto da lasciare all'immaginazione solo lo spazio per toglierli - sul balcone a stendere enormi distese di stoffa con qualcuno da giù che la stava a guardare estasiato, in attesa soltanto di cedere alla tentazione ed entrare in casa.

Manco il tempo di arrivare nella camera da letto, Attilio prese di colpo a baciarla sul collo; la appoggiò al muro mentre con una mano palpava i seni abbondanti.

"Che fai? Aspetta chè ci vede mia madre!" disse la ragazza tentando di divincolarsi.

"Ma no; che ci deve vedere? Quella ormai non capisce più niente".

Il sole stava già iniziando a calare ma la canicola, con il suo cielo azzurro e la terra secca contornata dal mare,ancora si stendeva fuori dalla finestra in tutta la sua immensa immobilità e la faccia di Attilio sembrava di vetro, tanto luccicava.

Si rividero il giorno dopo e poi quello dopo ancora. Un volta addirittura andò a trovarla tre volte nella stessa giornata. La madre capì tutto in anticipo, fin quasi dal primo giorno.

"Qua le cose, secondo me, non vanno bene per niente; cosa fa tuo marito sempre fuori di casa? In giro non lo vede nessuno".

Non si accorse di nulla, invece, la moglie.

"Eh che dici, mà. Quello d'estate lo sai che gli viene la pazzeria. E poi che deve fare, scemo com'è?"

"Mah, secondo me quello è più sperto di quanto lo crediamo …"

Andò avanti ancora per diverse settimane, la tresca, senza che nessuno se ne accorgesse e, se all'inizio poteva sembrare solo il frutto di una forte attrazione fisica, ben presto si trasformò in una botta alla testa: Attilio iniziò a pensare di abbandonare la moglie e mettersi con Francesca.

"Francè, io lo faccio davvero. Non le voglio più vedere quelle vipere".

" Attì, ma stai dicendo davvero? Tu stai uscendo pazzo secondo me. Lasci tua moglie e tua madre per prenderti una zoccola e una vecchia malata?"

"Non me ne frega niente, io voglio stare con te."

E difatti non passò molto tempo prima che Attilio fece il passo decisivo. In lacrime di fronte alla madre e alla moglie, seduto ad un tavolo ovale con un piatto di pasta al forno sotto la faccia, annunciò le sue pazzerìe. Per un momento si udì solo il rumore del ventilatore di metallo.

"Ti sei completamente rincoglionito, un malato di capo!" disse la madre alzandosi in piedi e rovesciando il suo bicchiere d'acqua. La moglie scoppiò in un pianto patetico piegandosi con la faccia tra le mani a mostrare solo i capelli nerissimi: pareva un corvo.

"Mi avete cacato il cazzo, tutt'e due. Sempre che mi dite quello che devo fare. Pure questa qua, che adesso piange, questa puttana, tu l'hai voluta; non è che l'ho voluta io. Adesso faccio quello che voglio. Tieniti lei come figlia; dato che ti piace tanto"

"Ormai non ragiona più - riprese la vecchia rivolgendosi alla nuova figlia - è completamente pazzo. E con una zoccola poi! Una che ci sono stati pure i cani e i porci. E dice a te che sei una puttana. È uscito pazzo, pazzo".

La situazione riuscì a mantenersi intatta ancora per un po' di tempo. Attilio continuò a vedere Francesca come aveva fatto finora in attesa di esaudire definitivamente i suoi propositi. In casa alle tradite non rivolgeva nemmeno la parola. E neanche loro facevano granché per recuperare il rincoglionito. Passavano le giornate ad arrabattarsi in parole e ingiurie, a sputare veleno sul pazzo, sulla zoccola che l'aveva raggirato e sulla demente non poi così demente, artefice di tutto, che stava in casa con lei.

Anche se ancora non le aveva raccontato nulla, la ragazza intuì presto quanto fosse accaduto. Adesso passava da lei intere giornate ed alcune volte si fermava pure la notte. Le donava denaro a palate e regali in continuazione. Le impediva, questo già da un po' veramente, di ricevere altri uomini: era gelosissimo.

Ma le donne, soprattutto la madre, facevano machinìare il cervello di continuo e il veleno non volevano che gli rendesse solo amara la bocca: volevano anche farlo funzionare.

Fu dopo pochi giorni che, passando davanti casa sua, videro Francesca piegata a riempire di qualche tozzo di pane bagnato e grasso di carne le ciotole dei gatti. Ne raccoglieva diversi, quasi tutti randagi, e, quando usciva di casa, venivano da lei un po' alla volta, come se si passassero la parola. Anche lei vide le due donne e provò dispiacere,senso di colpa quasi. Da sempre era incapace di odiare; amava gli esseri umani per quello che erano: non esistevano buoni o cattivi, eroi e mediocri; solo gli uomini con la loro religiosità vitalistica e naturale. Persino il suo Gesù altri non era che un bambino scuro e sporco in braccio ad una donna coi capelli lunghi sul volto ad offrirgli il seno per sfamarlo.

Si sedette sullo scranno di cemento davanti alla porta di casa facendo un sospiro e,tirandosi i riccioli con le mani, guardò prima verso il cielo poi di nuovo le donne.

Passeggiando piano e fingendo di conversare, queste le lanciarono uno sguardo terribile, carico di odio e disprezzo. D'un tratto si fermarono e smisero anche di parlare; la fissarono, terribilmente, per un momento, con la forte luce di mezzogiorno riflessa dal muro di pietra dietro le loro spalle. Un gatto,d'improvviso, saltò addosso alla ragazza e inizio a strofinarsi leccandola. Anche tutti gli altri si avvicinarono, come se volessero mostrarle affetto e ricordarle la loro vicinanza.

"Eh, se c'è una giustizia a questo mondo…" prese a dire la cornuta guardando la donna di fianco a lei come se stesse invocando Atena, la dea della sapienza.

"Attì, ma allora: per quanto deve andare avanti 'sta storia?" iniziò la madre con fare persuasivo una mattina; l'uomo stava per uscire di casa e lei, spiandolo dalla porta della sua camera, scorse gli occhi lucidi di lui che si guardava nello specchio.

"Per poco ancora; non ti preoccupare. Tra poco non mi vedete più" replicò l'uomo quasi girato di spalle.

"Ma allora sei proprio convinto? La ragione ancora non ti è tornata; sei uscito pazzo davvero?"

"Siete voi che siete pazze. Ancora non ve ne rendete conto. Mi avete rovinato la vita. Una vita sola c'ho e ve la siete presa voi due".

Già da ragazzo, Attilio, era succube della madre; non che non le volesse bene, ma il loro era un rapporto strano: più di rispetto e reverenza, di paura in realtà, che non di amore e nemmeno di semplice affetto. Era un po' come se la sua personalità fosse un'espressione di quella della donna. Una volta, quando aveva sì e no tredici anni, alla genitrice riferirono di un bacio scambiato con una coetanea figlia di un pecoraro e di una contemporanea palpata ai seni. Non ci vollero molte parole per agire sul senso di colpa del ragazzo e inibire qualche eventuale riavvicinamento.

Ma adesso Attilio era grande; e gli adulti, si sa, hanno la capa tosta. Non c'era niente da fare: aveva proprio perso la testa. Restava solo spaccargliela. Le due donne lo avevano ormai capito.

Una notte, accertata l'assenza di quegli invidiosi dei vicini, si recarono in camera dell'uomo. La luna si stagliava in tutto il suo fulgore fuori dalla finestra ad illuminare la collina rocciosa con la pineta e ad accompagnare i versi simili ad urli di alcuni gatti alle prese con i rituali scontri d'amore. La nuora corse a chiudere le persiane e i vetri riducendo la luce a placidi trattini sulle lenzuola. Iniziarono a legare al letto l'uomo, il quale si svegliò ed iniziò a sbraitare contro le donne. Ma per poco; capì subito che non era il caso. Si mise a piangere, come un bambino, convulsamente; sembrava posseduto. Tutte le streghe e i fantasmi che lo avevano ossessionato da piccolo ritornarono in quella stanza, quella notte. Un groppo sembrò formarsi nello stomaco e iniziò ad avvertire i battiti del cuore come dei chicchi di grandine che cadevano sul petto. Lo lasciarono legato così tutta quella notte e il giorno dopo fino al mattino seguente. Ogni tanto compariva la madre a recitare qualche monologo. La tortura psicologica fu così atroce da svuotare completamente l'uomo di sé stesso. Finalmente lo liberarono.

"Adesso tu - iniziò la madre carezzandogli la faccia - vai da quella puttana e la convinci a venire con te alle grotte dopo la fiumara, precisamente in quella dove teniamo i nostri maiali; lì troverai noi".

Ormai era diventato mansueto come un cagnolino bastonato. Uscì di casa nel pomeriggio e si incamminò verso l'abitazione di Francesca. Il tragitto, di poche centinaia di metri, sembrò un pellegrinaggio chilometrico. Per strada si fermava spesso a guardare l'immenso serpeggiare delle colline gialle fino al mare sotto il sole cocente oppure i fichi d'india tra la parete rocciosa che si stendeva, enorme, sotto l'inferriata su cui era appoggiato o gli anziani cotti sotto la canicola vicino alla fontana seduti lì perennemente. Le case si susseguivano una dietro l'altra caoticamente, come fossero delle erbacce selvatiche, i vicoli correvano tra di essi, irregolari, simili a larve, col loro selciato di pietre e la gramigna che spuntava a caso. Sembrava un dedalo privo di qualsiasi costruzione razionale, un labirinto progettato da nessuno. Ma lui si ci muoveva come fosse la più lineare delle strade.

Quando giunse a destinazione era quasi l'ora del tramonto, affacciò alla finestra della cucina, posta a piano terra di fianco al portone, e trovò la ragazza seduta lì dentro, immobile a fissare il vuoto; appena lo riconobbe, corse ad aprirgli. Scacciò delle mosche che ruotavano fastidiose lì intorno e lo sollecitò ad entrare. Ma l'uomo si fermò sulla porta, non sarebbe mai più entrato in quella casa, e la invitò a seguirla: lei ubbidì fiduciosa. Per arrivare al luogo indicatogli prese un sentiero da dietro la casa che correva per il pendio ripido della collina tra le acacie, le ginestre spinose e gli stracciabraghe. Per strada incontrarono una vipera ma l'uomo le schiacciò subito la testa con una pietra. Iniziavano ad intravedersi le grotte, una grande vallata circondata da pareti rocciose tutte puntellate di buchi. Si diceva che queste cavità fossero degli insediamenti preistorici; i resti di una megalopoli ormai sconosciuta che chissà quante vite e quante morti avevano già visto. L'antro cui dovevano arrivare si trovava in basso, circondato dagli alberi e quasi poggiato sulla finissima e bianca sabbia del letto di un fiume che di acqua ne vedeva ben poca.

Trovarono le donne davanti al cancello che chiudeva i maiali. Il fetore era insopportabile. Francesca capì subito e sgranò gli occhi in uno sguardo terrorizzato; non ebbe nemmeno la forza di gridare. Le due donne la presero e la trascinarono dentro tra gli animali. Nemmeno loro, forse, ebbero idea di quante pugnalate le stessero dando. La nuora ad un certo punto prese la pala e iniziò a scavare. Seppellirono la donna lì: tra la merda dei porci.

Nessuno avrebbe mai saputo nulla di che fine fece quella povera prostituta. E che importanza vuoi che abbia in fondo; a chi interessa se una puttana di paese sparisce? "Chissà dove se n'è fuggita - dicevano i più - che vergogna, lasciare una madre in quello stato. Ma meglio così. Puttane rovinafamiglie ne abbiamo abbastanza". La povera madre morì di disperazione dopo non molto tempo senza che avesse mai capito nulla di quanto stesse succedendo proprio sotto i suoi occhi.

martedì 9 dicembre 2008

L'esercito del surf. L'autunno movimentato del 2008

pubblicato su Vulcano - mensile dell'Università degli studi di Milano

Non certo simile nè complementare a quello caldo del sessantanove, l’autunno del 2008 è stato a dir poco movimentato per gli studenti italiani. L’approvazione dei decreti 112 e 137 - successivamente convertiti in legge (133 e 169) - ha scatenato il “maremoto” (le metafore idriche si sprecheranno per tutta la stagione) della protesta nelle scuole. Bersaglio principale sono stati gli ingenti tagli previsti; causa, secondo i contestatori, di una svalutazione qualitativa degli istituti di formazione e della perdita di numerosi posti di lavoro oltre ad essere incapaci di porre in alcun modo rimedio agli sprechi cui il governo afferma di voler mettere le mani.

Più di trecento manifestazioni spontanee e organizzate, quindi, e oltre duecento tra facoltà e scuole occupare travolgono il governo e i media come un flutto marino. E infatti decide proprio di chiamarsi Onda o Onda Anomala il movimento studentesco dell’epoca berlusconiana, il quale si racconta nel libro-manifesto L’esercito del surf. La rivolta degli studenti e le sue vere ragioni e fa nascere, dall’anagramma del suo nome, la figura ribelle e virtuale di Anna Adamolo, il Ministro Onda dell’Istruzione che a suon di “la vostra crisi non la pagheremo noi” promulga la “volontà di tenere aperto il molteplice e il possibile contro l’arroganza di un pensiero contabile” rifutando la logica del “sanare le difficoltà dell’oggi con le miserie di domani”.

Fa presto, comunque, il movimento – formato indifferentemente da studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo di scuola e università - a estendersi a tutto il territorio italiano e a coinvolgere la maggior parte degli atenei. Per di più supportato dagli studenti in Erasmus nelle varie parti d’Europa, riesce velocemente a mettere in scena numerose forme di portesta: occupazioni di aule e laboratori, lezioni alternative e all’aperto, incontri, dibattiti (a volte estenuanti), assemblee fiume, tavole rotonde.

A Firenze, uno dei più accesi focolai della contestazione, la didattica viene bloccata per quasi un mese e vedono una larghissima partecipazione i due incontri, organizzati dai collettivi studenteschi, con Sabina Guzzanti e Margherita Hack.

È stato a Roma, però, il vero epicentro dello tzunami. A parte le grandissime manifestazioni svoltesi, memorabili sono state le occupazioni delle facoltà, trasformate anche in alloggi per i rivoltosi di tutta italia. Alcune iniziative molto particolari – gli spogliarelli in strada e le lezioni ai bambini – hanno portato il problema dei ricercatori in primo piano. Ma hanno fatto da sfondo gli sconcertanti episodi di piazza Navona.

Al sud i centri più movimentati sono stati quelli di Napoli e Palermo. Mentre Torino e Bologna sono state le fucine per un incontro tra studenti e lavoratori ambizioso di costruire un fronte comune per la protesta.

Anche Milano si pone a pieno titolo tra le città più ribelli di quest’autunno. L’ingente movimento contestatorio parte dalla riunione degli stati generali d’ateneo tenutasi il 21 ottobre e arriva a influire sul cammino parlamentare della “riforma” quando il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incontra, nell’ateneo statale, una delegazione degli studenti capace di convincerlo a fare pressione sul governo affinchè apra un “confronto concreto” con le parti coinvolte.

Ma varie sono state pure le manifestazioni nazionali con centinaia di migliaia di partecipanti: quella del 17 ottobre a Roma e Milano, del 30 in moltissime città italiane e del 14 novembre nella capitale.

In difesa dei famigerati decreti sono sorti, comunque, diversi movimenti sedicenti portavoce di una presunta e non meglio specificata maggiornanza silenziosa, la cui consistenza è stata in varie occasioni messa in dubbio.

Ad oggi però, dopo mesi trascorsi a battere sugli scogli, l’Onda pare placarsi nel mare calmo dell’immobilità. Nonostante i continui impegni delle varie forze politiche universitarie, la cresta della protesta non riesce più ad alzarsi e a far parlare di scuola il governo e i media. Già dopo il piccolo passo indietro fatto dall’esecutivo nella prima metà di novembre gli studenti hanno iniziato e dileguarsi lasciando soli i collettivi a dibattere sul metodo e sull’importanza della formazione.